
Padiglione 22
Produzione: Paco Cinematografica s.r.l.
Scritto e diretto da: Livio Bordone
Fotografia: Marco Carosi (a.i.c.)
Scenografia: Ivana Gargiulo
Costumi: Ludovica Amati
Musiche: Puccio Pucci, Andrea Sisti
Montaggio: Giuseppe Pagano
Suono in presa diretta: Luca De Gregorio
Delegato di produzione: Massimo Monachini
CAST
Laura: Regina Orioli
Uomo con la Faccia da Bambino: Elio Germano
Valerio: Giuseppe Antignati
Marco: Arturo Paglia
Padre: Gaetano Amato
Anna: Corinna Lo Castro
Bambina Fantasma: Valentina Gristina
Sinossi
Nel 1978 Laura Marotti ha sei anni, una madre anaffettiva, un padre fanaticamente religioso, un fratello schizofrenico “sepolto vivo” in un manicomio. La sua tormentata infanzia la porta ai giorni nostri, ad essere una donna rigida, dura ed inflessibile.
Ma dal passato torna il fratello maggiore Valerio, che va a morire fra i resti dell’abbandonato Padiglione 22.
Da quel momento Laura vive in un crescendo di tensioni e visioni oniriche, che culmineranno in una lotta senza via di scampo, con la presenza minacciosa e ossessiva del fantasma del fratello.
Relazione artistica
Passeggiavo, in un bel pomeriggio di Dicembre, all’interno del parco di S. Maria della Pietà, l’ex manicomio di Roma. Attratto dal tramonto, dalle famigliole coi bambini intenti a giocare, ho vagato per un po’ a cervello felicemente spento.
Fino a ritrovarmi di fronte a lui.
Il padiglione 22 del manicomio.
Ormai abbandonato, ormai, apparentemente spento, morto.
E sono entrato.Mi sono fatto largo tra sporcizia e calcinacci. Ma sono riuscito a resistere poco.
Una strana sensazione.
Quella che mi ha assalito. La netta percezione di essere in un posto le cui pareti sono intrise della sofferenza di chi c’è stato dentro. E non sapere se credere ai propri sensi o meno.
Nata in questo strano pomeriggio di qualche anno fa, l’idea alla base di “Padiglione 22” è il tentativo di raccontare la malattia mentale, nella fattispecie la schizofrenia, da un punto di vista soggettivo. Ossia raccontare la maniera in cui un malato vede il mondo che lo circonda, ed evitare totalmente l’oggettività della malattia, c’è chi lo ha fatto prima di me e, sicuramente, meglio. Tutto il film è giocato sul perenne dubbio, sottile, se ciò che accade alla protagonista è reale o se sia tutto frutto della sua mente. Inoltre il tentativo di raccontare un angolo buio della storia italiana, il periodo della realtà manicomiale, filtrato attraverso le regole di un genere come il trhiller.
“Padiglione 22” rappresenta anche un tentativo di allontanamento dagli stili registici tipici della moderna cinematografia italiana, ovviamente con gli estremismi dovuti alla mia giovane età. L’ambizione di fare un film pressoché muto, in cui fossero solo le immagini a parlare, abbandonando così la semplice velleità narrativa. Cercando, forse in maniera presuntuosa, di regalare al pubblico non una storia ma una sorta di viaggio emozionale. Il film è il frutto del lavoro di una giovanissima troupe Italiana, che a questo progetto si è affezionata oltre ogni mia più rosea aspettativa. E, sono felice di ammetterlo, nonostante io avessi una idea precisa del film, matematica, ognuno di loro ha regalato a Padiglione le proprie visioni, rendendolo un film meno di cervello ma sicuramente più di cuore, di stomaco.
Spero che tutta la quantità di idee e rimandi e citazioni, con le quali abbiamo infarcito il film arrivino a colpire dove e come noi speravamo.
Mi auguro che Padiglione 22 possa essere un bel viaggio per tutti come lo è stato per noi che lo abbiamo fatto.
Livio Bordone
